Per chi non ha mai ascoltato la voce di Epic (quello vero) e per chi non ha mai ascoltato questa intervista con set acustico al piano…

Ecco: http://alainfinkielkrautrock.blogspot.com/2011/11/tribute-to-epic-soundtracks-rare-french.html

S.

A Niznij Novgorod ero una rockstar.

“Sono d’avviso che bisogna rifarsi dei polmoni e un cuore nuovi: chè di cervello, anzi d’intelligenza, ne han fin troppa anche i mezzi cretini”
(Da una lettera inedita di Girolamo Comi, 1937)

“Le cose, dunque, in quel giorno andranno presso a poco così. Si rianimeranno le statue appena scesa la notte. La prima a dare il segnale sarà la statua di Roma sulla torre del Campidoglio, quella che nella destra palleggia l’orbe della terra; e lo scaraventerà con dispetto nella piazza, come cosa di cui ormai non sa più che fare”

“Mi pare impossibile che quando c’è la luna noi si dorma nelle nostre case”, disse la fanciulla con un leggero ansito, parlando questa volta lentamente. “Quando c’è la luna fuori dalla finestra chiusa succedono cose strane, e meravigliose”

Io perseguo fantasmi irraggiungibili

in fondo ai labirinti più segreti

della memoria d’una vita spenta.

Cerco nell’ombra come chi si attenta

in una stanza buia ove invisibili

stanno ammassate cose a tutti ignote

fuor che al fanciullo magico che s’ebbe

in dono immemorabile la chiave

ch’apre i colmi forzieri e ignaro crebbe

di tenerla con sé nel suo segreto

chiusa dentro al cassetto che non s’apre

se non con quella medesima chiave.

“Cerco nell’ombra”, Giorgio Vigolo.

Ogni volta mi domando perchè Giorgio Vigolo non sia considerato uno dei più importanti scrittori della nostra letteratura novecentesca. Poi mi ricordo chi sono stati – e sono – gli estensori del “nostro” canone e capisco che non poteva che essere così.

Vale, S.

“La gioventù di noi in noi permane”

Girolamo Comi

Non ho dubbi: preferisco una sola Bambola Nera a una intera generazione di intellettuali. Vero è che per quanto mi riguarda è molto più sano sentirsi vicini a Evelino Leonardi o Vincenzo Capparelli che ai maestri e fratelli maggiori riconosciuti (a tempo, naturalmente) della maggior parte dei miei coetanei che scrivono oggi. Fuori è un’altra Primavera e io faccio mio il verso di Guido: “Amore ha fabricato ciò ch’io limo”.

Vale, S.

“E qualcosa di simile, di tanto in tanto, non esce forse anche da noi stessi come da oscure bocche di una parete rocciosa? Abbandoniamo il mondo storico, e antenati sconosciuti festeggiano in noi il loro ritorno”

(Ernst Junger, Il contemplatore solitario)

 

 

Mio padre non si ricordava di “Sa Reina”, forse – dice- non ha mai nemmeno visto quest’ulivo secolare che custodisce da oltre duemila anni la valle del Sulcis dove è nato. Mio padre è andato via dal suo paese che aveva poco più di venti anni, o poco meno, e ora la Sardegna per lui appartiene a un passato in cui fa fatica a riconoscersi e che forse, oltretutto, lo infastidisce. Eppure poco fa, al telefono, era emozionato. Non lo dice – non lo dirà mai – ma capisco che se sono qui in Sardegna, adesso, è anche perché lui possa vedere la sua terra attraverso i miei occhi e le mie parole. Non parlo quasi mai al telefono con mio padre, me ne rendo conto veramente solo ora che gli ho appena raccontato di “Sa Reina”.

E’ stato il suo amico Paolo che ci ha portato qui. Julian, Thomas e me. Un rocker inglese di cinquanta anni che ha visioni da sciamano preistorico, un ragazzo di venticinque mezzo inglese e mezzo italiano che ha appena perso l’amore e io, trentotto anni, metà della vita alle spalle, e un’origine sarda che, in fondo, ho sempre rifiutato. Tre uomini in viaggio insieme, è il nostro primo giorno questo ed è sotto i rami grandi e nodosi di “Sa Reina”, lungo il suo corpo immenso e senza età, che ci siamo fermati, forse per abbandonare almeno un poco di tutto quello che ci portiamo dietro, dall’aereo e da prima ancora di incontrarci a Cagliari questa mattina.

Però ancora questo non lo sappiamo.

Un’ora fa eravamo al bar con Paolo, all’ingresso del paese, in mezzo all’andirivieni di curiosi e agli sguardi più ravvicinati dei bambini. Adesso è quasi sera e il tempo è fermo, il colore del cielo uniforme e immobile sopra di noi.

Abbiamo lasciato le macchine sulla strada e abbiamo raggiunto la Regina a piedi, in silenzio, come sudditi deferenti e meravigliati.

Da anni ormai, da parecchio prima che la Sardegna diventasse di moda, Julian ha iniziato uno studio personale sulla civiltà prenuragica che l’ha abitata quando ancora “Sa Reina” non era qui e che ha lasciato traccia di sé nelle Tombe dei Giganti disseminate, perlopiù semiabbandonate e dimenticate, lungo tutta l’isola. Ma è nel centro-nord che – dice Julian – troveremo il Triangolo delle Bermuda delle Tombe dei Giganti.

E’ lì, nella zona tra Macomer e Sassari, che andremo domani e nei prossimi giorni.

Ma intanto siamo ai piedi della Regina e domani è solo una parola che lasciamo passare tra di noi.

Mentre restiamo ancora in silenzio ad ammirare il tronco gigantesco che ci sovrasta, penso che qui è segnata la mia storia, che il padre di mio padre, il nonno che per me è rimasto sempre poco più di un estraneo, un nome della mia infanzia posato a caso in un angolo della memoria, probabilmente prima di tornare a casa si fermava a riposare proprio dove sono io ora, all’ombra di questa pianta quasi eterna, in un caldo pomeriggio come questo di inizio estate, sotto un cielo dello stesso colore e ugualmente immobile, pieno di una luce livida, impenetrabile.

Millenni fa, prima dei romani e dei fenici, uomini come me e mio nonno hanno dormito qui, forse per cercare di svegliarsi altrove, sperando di destarsi diversi, fortificati, con occhi nuovi non più impauriti dal tempo e dal dolore. Come una Dea Madre, “Sa Reina” ha sorvegliato i loro sogni, li ha scortati attraverso l’oscurità delle regioni del sonno, ha protetto i loro corpi privi di sensi mentre il loro spirito si liberava e usciva dal mondo per incontrare la giusta visione che ne avrebbe guidato il futuro.

Chissà se, adesso, è ancora possibile dormire qui e uscire dal mondo.

Mentre mi chiedo come sarebbe rimanere qui questa notte, la voce di Paolo, alle mie spalle, mi riporta indietro improvvisamente: “Tuo nonno aveva degli alberi di ulivo qui vicino… beh, certo non altrettanto vecchi…”.

Così è vero, mio nonno è stato qui. E forse, fantastico, ci è passato accanto proprio adesso, per questo allora è entrato nei miei pensieri e in quelli di Paolo.

“Ecco, da quella parte”, continua entusiasta Paolo indicando con il braccio teso verso la collina. Io cerco di mettere a fuoco il punto, ma non vedo nulla se non una macchia scura in lontananza. Faccio comunque segno di sì con la testa. Nonno nel frattempo è andato via, ora non lo sento più accanto a me.

Guardo Julian: perché siamo qui? – vorrei chiedergli. Invece resto in silenzio, e così lui. Thomas intanto si è arrampicato tra i rami di “Sa Reina”, a vederlo da qua sotto sembra stia seduto tra le dita nodose di una antichissima e gigantesca mano che i secoli e un incantesimo sconosciuto hanno trasformato in legno e corteccia.

Perché siamo qui? Per un momento ho l’impressione che non lo ricordiamo più, nessuno di noi. “Sa Reina” ci tiene fermi tutti e tre, come a un punto imprevisto e decisivo del nostro destino. E quelle dita mostruose potrebbero afferrarci facilmente, stringerci tanto da annichilirci e farci scomparire per sempre.

Di nuovo, è Paolo a riportarci via: con un balzo improvviso raggiunge Thomas sull’albero e ci sprona a raggiungerli. Thomas ride e allunga la mano per invitarci lassù con loro.

Mentre inizio ad arrampicarmi e poi prendo posto accanto a Thomas, penso che in un certo senso ora siamo davvero spogli noi tre, e fuori dal tempo, che finalmente abbiamo la stessa età.

 

 

La fine della civiltà per come la conosciamo avverrà in un pomeriggio come questo. Strade chiuse al traffico, persone disorientate lungo le arterie della città, pioggia battente, scontri sparsi nei quartieri, il fiume in piena che minaccia di uscire dagli argini, la sera che cala velocemente su tutto. Forse non sarà un male.

Vale, S.

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